“Women, unite for Women’s Liberation!”. Così recitava il claim di uno dei principali movimenti femministi americani. Cosa c’è dietro la forte determinazione insita in questa frase? A proposito di excursus nel passato, la studiosa Rosalinda Miles pubblicò più di trent’anni fa, nel 1988, un lavoro in cui raccontava storie di società matriarcali nella preistoria, partendo da graffiti su donne che cacciavano, oltre che allevare i propri figli. La loro supremazia, secondo l’autrice, era dovuta alla capacità di procreare, un’esclusiva che le rese potenti finché, stando ai suoi scritti, gli uomini non collegarono l’atto sessuale alla procreazione.

Un po’ di storia

Nell’antica Grecia Aristofane fu il primo grande autore a immaginare battaglie di donne contro gli uomini, scrivendo opere come “Le donne al parlamento” e la “Lisistrata”. Rimanendo sempre in un universo utopico, lo seguì Apollonio Rodio che, nelle “Argonautiche” mise in scena un complesso esempio di matriarcato.

Facendo un gran balzo in avanti, una svolta decisiva nel women empowerment avvenne con la Rivoluzione Francese: Olympe de Geourges scrisse “La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” rischiando la vita e venendo ghigliottinata. Per l’inizio della parità giuridica dei sessi bisogna aspettare il 1869, quando, grazie al crescendo del movimento femminista negli USA, il Wyoming fu il primo stato al mondo ad ammettere le donne al voto. In Italia, com’è noto, ciò avverrà soltanto nel 1946 in occasione del referendum tra monarchia e repubblica.

Due anni dopo, nel 1948, è la volta della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo che all’articolo 2 si poneva contro le discriminazioni e quindi anche quelle sessuali. Eppure  ancora oggi continua a trattarsi di un problema ricorrente, iniziato da quando la donna è stata appellata come “sesso debole”. Una valutazione fatta da tutti coloro che consideravano la forza fisica, ritenuta prerogativa dell’uomo, come qualità indispensabile per lavorare e andare in guerra.

La situazione in Italia

In Italia chi si ribellò con forza a questo tipo di pensiero fu nel 1732 Laura Bassi, prima ad ottenere una cattedra universitaria, la quale si laureò a Bologna in filosofia. Nel nostro Paese le donne cominciarono a lavorare soprattutto durante la Rivoluzione Industriale, inizialmente per mansioni di manovalanza e avendo comunque un uomo come responsabile.

Nel periodo delle due guerre mondiali si iniziarono a inserire in più ambiti, sostituendo mariti, fratelli e figli partiti per il fronte. In questo frangente partì la revisione al femminile dalla lingua italiana perché molte professioni erano solo al maschile e questo portò ad esempio al prefisso -essa (ad esempio “sindachessa” o “avvocatessa”) a volte con intenzione dispregiativa.

Il bisogno di eventi al femminile

Sulla scia dei progressi raggiunti in passato, cosa si può fare oggi per incrementare il women empowerment? La sensibilizzazione può avvenire dal mondo della cultura e da quello del business con eventi a tema e testimonianze su leadership e superamento del gender gap. La scrittrice francese Simon de Beavouir scriveva “Il femminismo è una filosofia che appartiene a tutte le donne” e si può aggiungere che, in generale, l’azione positiva di ciascuno può contribuire a uno status di effettiva parità tra uomo e donna. Per una società e un mondo del lavoro basati su collaborazione e rispetto reciproco, bisogna superare ogni tipo di pregiudizio e discriminazione e aprire nuove porte alla creatività e all’inventiva delle donne.


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