Benvenuti e benvenute nella rubrica #MeeTheSpeaker, l’occasione giusta per conoscere meglio le professioniste parteciperanno a WomenX Impact il 18-19-20 Novembre 2021 al FICO Eataly Bologna e online.

La protagonista dell’intervista di oggi è Lucilla Fazio, Strategist e Innovation Manager di Tipic, società di consulenza strategica che ha creato per accompagnare le aziende in un percorso di innovazione design-driven.

Dagli studi in product design alle tue prime esperienze come project manager: come ricordi i tuoi primi anni tra università e mondo del lavoro?

Sono cresciuta a Vicenza, la città dell’oro: il mio primo amore è stato, in maniera quasi naturale, il design del gioiello. Finito il liceo, ho deciso di specializzarmi in oreficeria e per diversi anni ho lavorato come designer per diversi brand: primo su tutti Comete Gioielli, la mia prima occasione come creativa in questo settore.

Durante gli studi però, ero rimasta affascinata dal disegno 3D e dall’innovazione che la prototipizzazione rapida stava portando al disegno industriale. Ho deciso così a 22 anni di tornare a studiare e di iscrivermi all’università.

Ricordo di non aver vissuto a pieno la vita studentesca perché sono stata una mamma molto giovane. Mi sono laureata mentre lavoravo, studiavo e mi occupavo della mia famiglia insieme al mio compagno. Ogni giorno, facevo la pendolare da Vicenza al campus di Bovisa del Politecnico di Milano: due ore di treno e una di autobus. Non è stato facile. Nella mia esperienza, ad oggi posso dire che gli aiuti di welfare a supporto delle donne che lavorano e inseguono i loro sogni non esistono: sono la famiglia. Senza il sostegno dei miei genitori non sarei mai riuscita a fare neanche la metà di quello che ho fatto. Sono stata fortunata.

Arrivata al traguardo della laurea ho iniziato a lavorare come project manager nel settore del design d’avanguardia, ho seguito la produzione di svariati progetti di designer emergenti che spaziavano da allestimenti, performance e autoproduzioni. Nel 2010 la vita mia ha dato l’occasione di cambiare ancora e di entrare nel team di Agenzia del Contemporaneo dove sono cresciuta tantissimo gestendo progetti di innovazione per importanti realtà. Erano anni di grande fermento, eravamo un team giovanissimo con la croce e la delizia di gestire grandi progetti, a volte anche più grandi di noi. Conservo un ricordo speciale di quegli anni, credo sia stata una tappa fondamentale della mia formazione come professionista anche solo per aver visto nascere progetti come Premio Gaetano Marzotto e Corriere Innovazione.

Ad oggi, ti occupi soprattutto di team coaching, design thinking, pensiero laterale e visuale per le aziende: come nasce la tua passione per questi temi?

Dopo anni trascorsi nel ruolo di project manager a pensare al “come” fare le cose e a risolvere problemi, ho iniziato a riflettere sull’importanza del “perché” fare le cose. E da quel momento la mia vita è cambiata e ha preso la forma che ha ora.

Quando lavori come consulente entri in contatto con diverse realtà aziendali, ognuna con le sue peculiarità ma con un minimo comun denominatore: il processo di lavoro in silos, ovvero uno dei più infidi ostacoli ai progetti di innovazione.  In quanto designer di formazione, affidarmi al pensiero progettuale per capire come collegare i silos è stato una scelta quasi naturale.  Il Design Thinking è una meta-disciplina che, grazie ad una forte propensione per una visione trasversale, si è strutturata per trovare un metodo utile a tracciare nuovi quadri olistici, trovare le linee di collegamento, rompere i silos degli specialisti e dare un affresco generale.

Applicare il Design Thinking come mindset mi ha fatto comprendere che per definire le domande giuste è innanzitutto fondamentale comprendere il contesto da un punto di vista più trasversale possibile. Per questo motivo sono fortemente convinta che dedicare la giusta attenzione alla fase di empatia sia un aspetto cruciale per fare innovazione.

Le realtà manifatturiere, secondo la mia personale esperienza, hanno un disperato bisogno di adottare una visione che le aiuti a spostare il focus dal prodotto alle persone per cui quel prodotto sarà di servizio e ciò è possibile solamente costruendo dei team multidisciplinari che operino con una visione olistica dell’intero processo.

Nel 2016 hai fondato TIPIC: da dove viene l’idea di questa nuova avventura imprenditoriale e cosa vedi per il suo futuro?

Non c’è stato un giorno vero e proprio in cui mi sono detta “questa è una buona idea di business, facciamola diventare realtà” ma è frutto di dialogo e contaminazione di competenze con quelli che poi sono diventati i miei soci. Il primo progetto di TIPIC era legato alla nascita di una nuova business unit per un’azienda manifatturiera veneta. Un’azienda B2B, uno dei leader europei di produzione di piani cucina, che nel 2016 ci ha ingaggiati per progettare delle cucine complete con l’intenzione di partecipare al Salone del Mobile in una veste BtoC. Un progetto ambizioso ma anche e soprattutto piuttosto pericoloso, dato che li avrebbe messi in concorrenza con i loro stessi clienti (i brand di cucine). TIPIC nasce proprio per rispondere a questo tipo di esigenza: sviluppare insieme alle aziende delle strategie che siano sostenibili parlando al management in maniera schietta e, ça va sans dire, in un quadro olistico.

L’ambizione più grande di TIPIC è quella di contribuire alla modernizzazione dell’impresa del nostro territorio, che ha un grandissimo potenziale ancora troppo spesso inespresso.

Secondo te, il settore del tech e dell’innovazione è ancora un “gioco da ragazzi”? Qual è la tua esperienza come professionista in questo mondo?

Sì, lo è ancora molto, ma nel tempo trovo sempre più donne e quelle che ci sono, sono sempre più brave e preparate. Perché le donne che decidono di entrare in questo settore sono spinte dalla passione e qualsiasi essere umano spinto dalla passione rende al massimo.

Per fare innovazione poi, bisogna imparare a “uscire dalla bolla”, abbandonare i meccanismi dell’ego che ci impediscono di creare team traversali e di fare spazio alla contaminazione. Spesso e volentieri negli ambienti istituzionali si ritrova una mentalità di posizione più che di risultato. Finché sarà così, ci sarà ben poco spazio per l’innovazione.

Come hai saputo dell’evento WomenXImpact e cosa ti ha spinto a candidarti come speaker?

Mi ha contattata Eleonora Rocca, organizzatrice dell’evento. Ho deciso di candidarmi come speaker perché qualche tempo fa avevo partecipato ad un evento simile ad Amsterdam sulla leadership al femminile nel settore del Tech con una community di partecipanti da tutta Europa ed era stata un’ottima esperienza. Non vedo l’ora di essere sul palco con il mio discorso: parlerò di design thinking, ovviamente, e di come usarlo per progettare soluzioni per il proprio domani in un’ottica di empowerment personale.

Vuoi saperne di più? Trovi più informazioni sullo speech di Lucilla Fazio “FutureMe: l’empatia come strumento di empowerement” all’interno del nostro programma. Ci vediamo lì!


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