Ci sono agende in cui convivono due vite parallele. Da una parte le riunioni, le scadenze e i progetti da chiudere entro venerdì. Dall’altra, scritte a matita o quasi in codice, le sigle che capisce solo chi ci passa: PMA, transfer, beta, monitoraggio. Sono due calendari che si sovrappongono sulla stessa persona: una donna che lavora e che, contemporaneamente, sta cercando di diventare madre attraverso la procreazione medicalmente assistita.
Non parliamo di una nicchia. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità ci dicono che in Italia l’infertilità riguarda circa il 15% delle coppie, mentre l’OMS stima che una persona su sei ne farà i conti nell’arco della vita riproduttiva. In termini pratici significa che in qualsiasi ufficio, reparto o team c’è quasi certamente qualcuno che sta affrontando questo percorso. Eppure se ne parla pochissimo, e quasi mai sul posto di lavoro.
Un lavoro dentro il lavoro
Chi non ha mai messo piede in un centro di PMA fa fatica a capire quanta organizzazione e quanto tempo richieda. Non si tratta di una visita medica isolata, ma di un calendario serrato: prelievi del sangue ogni due o tre giorni, monitoraggi follicolari alle 7:30 del mattino per poi correre al timbratore, punture di ormoni da fare a orari tassativi (spesso nei bagni dell’ufficio tra una call e l’altra, mettendo la sveglia sul telefono), il prelievo degli ovociti in sedazione e l’attesa del transfer, fino al test delle “beta” per capire com’è andata.
Tutto questo va incastrato in un’attività lavorativa che non rallenta. In Italia manca un congedo o un pacchetto di permessi specifici per chi affronta la PMA: lo confermano i giuslavoristi che hanno analizzato la materia, evidenziando il vuoto normativo a livello nazionale. L’unico strumento esistente è un’equiparazione disposta dall’INPS nel 2005 (messaggio n. 7412) che fa rientrare le pratiche di PMA nell’indennità di malattia, proprio per tutelare il carico psicofisico del percorso. Chi fa un transfer può così coprire con la malattia circa 21 giorni complessivi (tra la settimana precedente e le due successive). Ma la fase precedente — le ecografie quotidiane, i prelievi e le visite di monitoraggio nella fase più delicata e imprevedibile — resta totalmente scoperta: ricade sui permessi ordinari, sulle ferie, sulle ore recuperate in pausa pranzo o sulle scuse inventate al volo per giustificare un’ora di ritardo o un’uscita anticipata.
Da qui nasce il vero sovraccarico invisibile. Oltre alla fatica emotiva di un percorso senza garanzie — le stime indicano che oltre il 40% delle coppie ha bisogno di almeno due cicli e che il tasso di successo al primo tentativo si attesta intorno al 30% — c’è tutto il lavoro mentale di nascondere il percorso, incastrando la logistica medica tra un impegno di lavoro e l’altro per non dare nell’occhio.
Effetti collaterali e rendimento
C’è poi l’impatto dei farmaci usati per la stimolazione ormonale, che non è un dettaglio secondario. Gonfiore, sbalzi d’umore, stanchezza cronica e vuoti di concentrazione sono effetti collaterali frequenti proprio nei giorni in cui al lavoro si richiedono le solite prestazioni. Nessun collega sa cosa significhi gestire una riunione strategica il giorno dopo un prelievo ovocitario o presentare un progetto mentre si aspetta l’esito di un esame decisivo per la propria vita familiare.
La letteratura scientifica lo conferma: vari studi (come quelli di Chiaffarino et al. o Massarotti et al. pubblicati su riviste di settore come State of Mind) evidenziano che le donne con diagnosi di infertilità mostrano livelli di stress e ansia significativamente superiori alla media, con un picco che cresce all’aumentare dell’età e della durata del percorso. Si tratta di una risposta del tutto comprensibile a una condizione logorante che si somma, senza sconti, al carico di lavoro ordinario.
La maschera della normalità
La parte più faticosa finisce spesso per essere la maschera quotidiana: apparire concentrate e performanti mentre dentro si vive un’attesa fatta di speranze e delusioni. C’è chi esce dal controllo delle 7:30 e alle 9 è in call con il cliente con il trucco rifatto per coprire il viso stanco; chi usa le ferie non per riposare ma per far coincidere un intervento con un weekend lungo; o chi si ripresenta il lunedì dopo un tentativo fallito facendo finta di nulla, per evitare giudizi, pietismi o il rischio di essere vista come meno affidabile proprio mentre cerca una gravidanza.
Questo bisogno di invisibilità costa caro, anche sul piano psicologico e professionale. Diversi centri di supporto (tra cui il Centro Clinico di Psicologia Monza) segnalano come la necessità di chiedere continui permessi alimenti nelle pazienti un forte senso di precarietà e insicurezza sul lavoro, che va ad aggiungersi allo stress da terapia ormonale.
Il tempo sospeso delle “beta”
Poi ci sono le famose “due settimane di attesa”, i quattordici giorni che separano il transfer dal test di gravidanza. Per chi ci passa è un tempo dilatato e infinito in cui si analizza ogni segnale del corpo, ma agli occhi del datore di lavoro o dei colleghi non cambia nulla: scadenze, consegne e ritmi restano identici.
Il nodo normativo e culturale
Il problema è normativo — servirebbe un congedo nazionale dedicato invece di affidarsi alla discrezionalità dei singoli contratti collettivi — ma è soprattutto culturale. La PMA resta un argomento che si sussurra. Con l’ingresso della PMA nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) aggiornati dal Ministero della Salute a fine 2024, l’accesso ai trattamenti pubblici si è ampliato. Questo comporta un numero crescente di lavoratrici che gestiranno queste terapie continuando a lavorare. Sebbene alcune aziende attente al welfare e alcuni CCNL stiano introducendo permessi specifici e policy di supporto, la situazione sul territorio resta a macchia di leopardo.
Il ruolo dei colleghi
In fondo basterebbe poco anche dal punto di vista umano. Manager e colleghi potrebbero alleggerire la situazione con gesti semplici: non fare domande quando viene chiesto un permesso senza spiegazioni, non commentare un’assenza dell’ultimo minuto e non scambiare la stanchezza per scarso impegno. La discrezione, in questi contesti, è una forma di rispetto.
Perché nessuna donna dovrebbe trovarsi a scegliere tra il lavoro e il desiderio di maternità, né tantomeno gestirlo in silenzio come se fosse una colpa da nascondere invece che un percorso medico da sostenere.
Fonti e riferimenti:
- Istituto Superiore di Sanità (ISS) – Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita (iss.it)
- Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – Dati e stime sulla prevalenza dell’infertilità
- INPS – Messaggio n. 7412 del 3 marzo 2005 (Equiparazione PMA e indennità di malattia)
- Ministero della Salute – Aggiornamento LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) dicembre 2024
- State of Mind – Approfondimenti psicologici su infertilità e trattamenti PMA (Chiaffarino et al., 2011; Massarotti et al., 2019)
- Centro Clinico di Psicologia Monza – Studi sull’impatto psicosociale dei percorsi di PMA